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venerdì 15 dicembre 2017

Una finestra sulla "poesia triste" del cuore d'America.


Robert Frank - Vista dalla finestra dell’albergo, Butte, Montana 1955/1956.

Nel 1955 un giovane fotografo svizzero emigrato negli USA, Robert Frank, ottiene (unico europeo) una borsa di studio dalla Fondazione John Simon Guggenheim per realizzare un lavoro fotografico sull'America. Per due anni, tra il 1955 e il 1956, Frank percorre il paese, sovvenzionato dalla Fondazione, toccando ben 48 stati diversi. Strade, volti, città, bar, negozi, marciapiedi, un lunghissimo viaggio, un immenso reportage. Quando fece ritorno a New York, aveva scattato 767 rullini di pellicola. Dopo una prima selezione di circa un migliaio di immagini, egli finì per sceglierne, in un processo di scrematura lungo un anno e mezzo, soltanto 83 da mostrare al pubblico. Queste vennero pubblicate in volume dapprima in Francia, poi anche negli Stati Uniti con il titolo The Americans. L'edizione americana venne accompagnata da un testo di Jack Kerouac.

Robert Frank nel 1971, parlando delle sue fotografie contenute in “The Americans” disse: “per la maggior parte del tempo sono stato in assoluto silenzio, camminando attraverso il paesaggio, attraverso la città fotografando e andandomene via. (…) Quel che mi piaceva della fotografia era precisamente questo: che potevo andare via e stare zitto, fare tutto molto rapidamente senza coinvolgimento diretto”.
E’ in queste parole che ritroviamo la sua essenza fotografica. Ed è questo silenzio che percepiamo guardano questa foto, in cui dalla finestra aperta si possono vedere i tetti di una cittadina del Montana.
Frank è un fotografo continuamente in viaggio. Arriva nel continente americano nel 1947 e da allora non fa che attraversarlo in lungo e in largo.
L’opera fotografica si trasforma in una narrazione on the road, con pause, costanti, variazioni, sviluppi, riprese, accelerazioni, e ritmi che la accostano alla musica jazz e alla nuova narrativa americana della Beat Generation. E’ questo che avvicinerà Robert Frank a Jack Kerouac. Scrive quest'ultimo nella sua introduzione a The Americans:
"Quella folle sensazione in America, quando il sole picchia forte sulle strade e ti arriva la musica di un jukebox o quella di un funerale che passa. È questo che ha catturato Robert Frank nelle formidabili foto scattate durante il lungo viaggio (finanziato da una borsa della Fondazione Guggenheim) attraverso qualcosa come quarantotto stati su una vecchia macchina di seconda mano. Con l'agilità, il mistero, il genio, la tristezza e lo strano riserbo di un'ombra ha fotografato scene mai viste prima su pellicola. Per questo Frank sarà riconosciuto come un grande della fotografia. Dopo che hai visto quelle immagini finisci per non sapere se sia più triste un jukebox o una bara [...] Robert Frank, svizzero, discreto, carino, con quella sua piccola macchina fotografica che tira su e fa scattare con una mano, ha estratto una poesia triste dal cuore dell'America e l'ha fissata sulla pellicola, così è entrato a fare parte della compagnia dei grandi poeti tragici del mondo." (Jack Kerouac)
La fotografia di Frank è doppiamente rivoluzionaria: nella forma e nei contenuti.
Esteticamente le immagini rivelano un ostentato distacco. L'apparente banalità delle situazioni riprese le fanno sembrare del tutto casuali. Le foto di Frank sfidano le regole formali consolidate delle storiche riviste di Life o Time: i tagli inconsueti e a volte scomposti, la scarsa illuminazione, le sfocature, le sovraesposizioni, l'insolita messa a fuoco fanno si che quelle di Frank non siano mai "belle" fotografie.
Negli anni Cinquanta, l'innovazione del linguaggio fotografico si incarna nei lavori di William Klein e Robert Frank. Tra di loro sono molti i lati in comune: entrambi stravolgono i canoni affermati e consacrati della fotografia di strada; per loro la singola fotografia non conta, quello che importa è il legame che si crea tra le immagini, il tessuto narrativo e interpretativo dato dalla loro sequenza. In The Americans ognuna delle foto ha un senso indipendente e allo stesso tempo però nessuna di queste immagini esaurisce completamente il proprio discorso in se stessa, ma acquista ulteriore significato una volta che è messa in relazione con altre immagini simili ad essa, sia che questa similitudine risieda nel soggetto, sia che essa riguardi invece l’aspetto formale, il taglio, la composizione.
Le immagini diventano concetti che non hanno bisogno di spiegazioni e, se per Cartier-Bresson esiste un momento decisivo, per Frank la fotografia rispetta il vuoto e il nonsenso dei fatti, dove nulla attira l’attenzione. Le sue foto inoltre hanno solo brevissime didascalie. Si rigettano le spiegazioni, ci si appella al mostrare e non al dire.
Dal punto di vista dei contenuti, Frank, come Walker Evans, offre una visione “al margine” dell’America del suo tempo. La strada americana li unisce nella fotografia ed entrambi offrono una serie di immagini dell’altra faccia della medaglia del sogno americano, fatta di vagabondi, stazioni di servizio, sobborghi e sottoculture. L'obiettivo di Frank si rivolge a quella realtà che generalmente non veniva inquadrata perché ordinaria, priva di importanza.
The Americans ripudia l'ottimismo patinato delle riviste e dei discorsi di propaganda ideologica (siamo in un paese immerso nella paranoia della minaccia del comunismo e nella paura della guerra fredda) con l'immagine di una nazione che vive profondi contrasti e contraddizioni. Il paese che emerge dalle fotografie di Frank è insomma ben lungi dall’essere la terra dell’American Dream.
La sua street photography d’altronde si emancipa nettamente dal legame col solo spazio urbano e conduce la sua investigazione della vita quotidiana statunitense seguendo il percorso delle autostrade e delle strade sterrate di ogni angolo della nazione. Se il pubblico dell’epoca poteva essere relativamente abituato alla crudezza delle immagini del contesto metropolitano, assai più insolito era invece produrre un’immagine tanto disincantata dell’America suburbana, provinciale e rurale, l'interno profondo del Paese, che si immaginava più "innocente", depositario di sani valori morali e di patriottismo, e si riscopre invece luogo di disagio, sofferenza e disuguaglianze.
In quegli scatti, il mettere a fuoco in quel modo le icone d'America - juke-box, bandiere, automobili, autostrade, cow-boys - per porle in sequenza con la morte o la segregazione razziale - costituiva una novità rivoluzionaria. E fu per questo che in America il libro di Frank, subito dopo la pubblicazione, venne stroncato dalla critica e il suo autore venne tacciato di antiamericanismo.
Le parole di Mulas a proposito di Frank, “lavora direttamente sulla vita, usando la pelle della gente”, forse sono le più adeguate ad esprimere in maniera completa la sua opera.
Per un approfondimento dell'opera di Robert Frank rinvio al bellissimo, accurato e generoso saggio di Fotografia - Il nuovo Cassetto al seguente link:
http://ilcassetto.forumcommunity.net/?t=49681868


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